Domtoren, la Torre del Duomo di Utrecht

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Domtoren, la Torre del Duomo di Utrecht © Andrea Lessona

Domtoren, la Torre del Duomo di Utrecht © Andrea Lessona

La Domtoren entra nel cielo di Utrecht, e si perde tra le nubi. In coda, vicino all’ingresso, guardo la Torre del Duomo salire su nel grigio. Vista da qui sotto sembra ancora più alta dei suoi 112,5 metri.

La giovane guida che mi accompagna insieme agli altri visitatori apre la pesante porta in legno con una chiave di ferro. E uno dopo l’altro entriamo nell’atrio del pian terreno. Nella luce fioca delle lampadine basse, intuisco i primi scalini che mi porteranno lassù.

“In tutto sono 465”, dice subito la ragazza. “Comunque, non preoccupatevi: chi non ce la fa può restare nei piani intermedi”. Mi riprometto di contare i gradini, ma arrivato nella Michaelskapel, la Cappella del Vescovo, ho già perso il conto.

Così, alla “matematica fai da te” preferisco ascoltare la storia della Domtoren – come la chiamano gli olandesi. La Torre era parte della Cattedrale di San Martino, l’intero edificio fu costruito tra il 1321 e il 1382 su un disegno di John of Hainaut.

La chiesa, però, non fu mai completata per mancanza di fondi sino a quando, il 1° agosto 1674, un fortissimo tornado la spazzò via. Al suo interno si creò una bassa pressione e la navata cadde a pezzi.

La Torre, edificata in stile gotico su tre sezioni, proprio dove nacquero i primi insediamenti di Utrecht 2000 anni fa, rimase orfana della cattedrale. Chiesa e Domtoren non furono mai più unite. Tanto che ancora oggi c’è la piazza Domplein a dividerle.

Lascio sfilare gli “arrampicatori” e mi accodo all’ultimo per raggiungere il secondo piano. Le scale si fanno strette e buie. Dalle finestrelle strette, lunghe e rettangolari intorno alla scalinata, entra una luce sempre più tenue mentre salgo.

Seguo l’eco dei miei predecessori e finalmente entro nella Egmondkape. In passato era l’abitazione del guardiano della Torre. Oggi, invece, viene usata, come un piccolo museo con dentro vecchi cimeli e alcuni disegni originali della Cattedrale che fu, prima della tempesta mortale.

La giovane guida ci guarda uno a uno e con un sorriso ammaliatore chiede se ce la sentiamo di proseguire. Mi accodo, ancora una volta, all’ultimo della fila e salgo altri scalini per entrare da una porta bassa che immette su vecchie assi di legno scricchiolanti.

Alzata la testa, posso vedere le 14 campane della Domtoren. In totale pesano 32 mila chili. Cerco di muovermi tra questo ferro muto sino a sfiorare la più grande. Si chiama Salvator e da sola arriva a 8.227 chilogrammi. Il suo diametro di 227 centimetri è impressionante.

“Adesso andiamo su dove ci sono le altre 50, quelle che suonano” dice la ragazza. E si rimette a salire. Starle dietro è dura, soprattutto per il mio ginocchio cigolante. Ma ci arrivo.

Le campane iniziano improvvise la loro melodia metallica. Le mani sulle orecchie per non cedere alla sordità del carillon, mi trovo per primo a fare l’estremo tratto di scale verso la vetta. Guido una fila che mi ha sempre visto ultimo e che adesso mi spinge lassù. Le gambe sono deboli, il fiato corto, la testa gira intorno a questi scalini stretti di pietra.

Di contarli ho ormai perso la voglia e il senso dell’altezza vertiginosa opprime la mia mente, orfana della terra su cui camminare. Un fioco raggio di luce mi fa sperare. Invece è solo un tremulo incantesimo proveniente dalla finestrella al mio fianco.

Avrei voglia di fermarmi e far passare gli “scalatori”, ma non c’è spazio. Un “C’mon, man” dietro me, mi dà la forza forzata di uscire dall’ultima porta in legno, ed entrare nel cielo di Utrecht.

Da quassù, lo sguardo si perde nell’orizzonte grigio della quarta città olandese. Nei giorni chiari si può vedere persino Amsterdam, 35 chilometri da qui. Senza guardare troppo dabbasso per non sfidare le vertigini, mi godo questa vista dall’edificio ecclesiastico più alto dei Paesi Bassi.

Vedo distendersi costruzioni e case dei 296.300 abitanti sino a dove gli occhi sfocano lacrimanti per il vento forte. Respiro nello stesso fiato stanco una boccata di cielo nuvolo. E per un attimo non penso che dovrò ridiscendere i 465 scalini. Senza contarli.

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